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Memoria visiva: perché le immagini non sono fatte per restare

Che cos’è la memoria visiva e perché oggi è più fragile?


La memoria visiva non è una dote romantica, è un meccanismo concreto: per ricordare, abbiamo bisogno di tempo, contesto e attenzione. Il problema è che oggi consumiamo immagini in un ambiente progettato per l’opposto. Scorriamo, reagiamo, passiamo oltre. E quando l’immagine diventa un segnale in mezzo a mille segnali, non costruisce più traccia.


Questo non riguarda soltanto i social. Riguarda il modo in cui l’ecosistema digitale ha riorganizzato il nostro rapporto con le immagini: la fotografia come linguaggio, come testimonianza e come esperienza rischia di ridursi a decorazione.



Ascolta anche la puntata del mio Podcast "Immagini Senza Memoria" dedicata a questo tema.



Che cos’è la memoria visiva e perché oggi è più fragile

Quando parliamo di memoria visiva parliamo della capacità di trattenere informazioni visive in modo significativo: non solo “riconoscere” un’immagine, ma ricordarla con una trama, con un prima e un dopo. La memoria non è un magazzino neutro. È una costruzione. E costruire richiede condizioni.

Nell’ambiente digitale contemporaneo, quelle condizioni vengono erose: gli stimoli sono troppi, il tempo per elaborare è minimo, il contesto narrativo è spesso assente. Il risultato è un paradosso: vediamo più immagini che mai, ma ricordiamo meno.


Overload visivo: quando troppe immagini impediscono di ricordare

Gli studiosi parlano di overload visivo per descrivere un sovraccarico percettivo continuo. È l’idea della spugna già piena: puoi continuare a versare, ma non entra più nulla. Se ogni giorno siamo esposti a una quantità enorme di immagini, una parte del cervello si difende riducendo l’investimento attentivo.

In questo quadro i numeri aiutano a capire la scala: secondo We Are Social nel 2024 sono state scattate circa 1,9 bilioni di fotografie, con una previsione oltre 2,1 bilioni nel 2025. Non è solo “tanto”: è una nuova condizione ambientale.


Il tempo di attenzione: cosa significa guardare 1,7 secondi

Un punto decisivo è il tempo. Se un contenuto resta davanti ai nostri occhi meno di due secondi, non stiamo osservando: stiamo registrando un passaggio. Studi interni di Facebook stimano 1,7 secondi di attenzione media da smartphone e 2,5 secondi da desktop. È una fruizione che raramente consente elaborazione.

La Association for Psychological Science ha anche proposto un’immagine efficace: sommando i feed quotidiani si arriva a scorrere decine di metri di contenuti al giorno. Questo significa che l’immagine è costretta a “funzionare” subito, e lo sguardo si abitua a non restare.


Fotografare per ricordare o fotografare per dimenticare

C’è poi un aspetto controintuitivo: a volte fotografare non aiuta a ricordare, anzi. Linda Henkel, con la ricerca Point‑and‑Shoot Memories (2013), ha mostrato che scattare può ridurre il ricordo dei dettagli dell’esperienza. Nel 2022 Jorge Soares e Benjamin Storm hanno confermato l’idea: fotografare può indebolire la memoria dell’oggetto o del momento.

In pratica, deleghiamo. Il dispositivo diventa la memoria esterna. E questo cambia la qualità dell’esperienza: meno presenza, più certificazione.


Senza contesto non c’è memoria: perché lo scroll non sedimenta

La psicologa neozelandese Maryanne Garry sottolinea un punto semplice: senza contesto narrativo e senza tempo di elaborazione, l’immagine difficilmente si fissa. Lo scroll è una sequenza che spesso non costruisce legami: immagini slegate, intercambiabili, prive di storia. Così la memoria visiva non ha appigli.

Qui la questione diventa culturale: le immagini oggi sono progettate per essere viste, non comprese. L’estetica “funziona” perché richiede poco. La complessità rallenta e viene penalizzata.


Quando l’immagine diventa decorazione: Fontcuberta e la bulimia visiva

Joan Fontcuberta, in La furia delle immagini, parla di bulimia visiva: accumuliamo immagini come consumo, non come relazione. L’eccesso anestetizza lo sguardo e riduce il potere critico. Se tutto è immagine, niente è immagine. Resta un fondo decorativo.


Le conseguenze: cognitive, culturali, etiche

Il danno non è solo individuale.

  • Cognitivo: attenzione e memoria si accorciano.

  • Culturale: la fotografia perde funzione narrativa e testimoniale.

  • Etico: l’immagine smette di interrogare, disturbare, denunciare. Intrattiene.

Martin Hand, sociologo, parla di continual partial attention: un’attenzione perennemente frammentata che può generare ansia e assuefazione. In questo contesto, non è solo “quanto guardiamo”, ma come.


Come ridare profondità allo sguardo

La soluzione non è fuggire dal digitale. È ricostruire condizioni. Dare tempo a poche immagini. Restituire contesto. Chiedersi cosa raccontano, cosa fanno, cosa lasciano.

Non è nostalgia. È un gesto di responsabilità culturale: scegliere di guardare davvero, in un ambiente che ci chiede di scorrere.


Se le immagini non sono fatte per restare, la domanda non è “come ricordare di più”. È: che tipo di sguardo stiamo diventando? E cosa perdiamo, quando la memoria visiva smette di essere un luogo e diventa solo una scia?

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