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Perché eliminare subito l’errore in fotografia ti impedisce di crescere

Nel linguaggio comune l’errore è qualcosa da correggere. Nel linguaggio fotografico, invece, è spesso qualcosa da cancellare. Il digitale ha reso questo gesto istantaneo: scatti, controlli il visore, giudichi, elimini. In pochi secondi l’errore scompare e con lui la sensazione di aver “sbagliato”.


Ma l’apprendimento non segue la stessa logica della pulizia del file. Crescere come fotografo non significa evitare l’errore, bensì attraversarlo. Quando l’errore viene eliminato subito, il processo si interrompe prima ancora di iniziare. Non resta traccia, non resta memoria, non resta attrito.


Questo articolo vuole chiarire una questione più ampia: che tipo di relazione instauriamo con l’errore quando fotografiamo, e come questa relazione incide sulla costruzione dello sguardo nel tempo?


Guarda anche il video Youtube dedicato a questo tema. Nel video questo passaggio viene esplorato dal punto di vista del gesto fotografico e della relazione con la scena, mostrando come cambia il modo di fotografare quando l’errore smette di essere cancellato automaticamente.


L’errore in fotografia non è un difetto, ma un indicatore

In fotografia l’errore non è soltanto un problema tecnico. È un indicatore. Segnala uno scarto tra intenzione e risultato, tra percezione e azione. Quando viene rimosso immediatamente, quel segnale viene silenziato.

Un errore conservato, invece, continua a parlare. Costringe a rivedere le proprie scelte, a interrogare il gesto fotografico, a mettere in relazione ciò che si pensava di fare con ciò che è realmente accaduto. In questo senso l’errore non è un fallimento, ma un dispositivo di consapevolezza.


La velocità del digitale e la perdita della sedimentazione

Il digitale ha introdotto una velocità che non riguarda solo la produzione delle immagini, ma anche il loro giudizio. Il controllo immediato del visore anticipa una valutazione che un tempo avveniva dopo, a distanza, in un altro contesto mentale.

Questa anticipazione ha un effetto collaterale rilevante: impedisce la sedimentazione. Senza tempo, l’errore non pesa. Senza peso, non produce apprendimento. Tutto viene risolto prima che possa trasformarsi in esperienza.


Perché cancellare subito interrompe il processo

Cancellare una fotografia non è un gesto neutro. È una dichiarazione implicita: “questo non merita di restare”. Ma ciò che non resta non può essere rielaborato. Senza confronto, non c’è trasformazione del comportamento.

L’apprendimento autentico avviene quando l’errore ritorna, quando lo si rivede a freddo, quando non è più possibile rimediare. In quel momento l’errore smette di essere un fastidio e diventa informazione.


Costruire esperienza invece di proteggere il risultato

Eliminare subito l’errore protegge il risultato, non l’esperienza. È una postura orientata al breve termine, alla conferma immediata, alla rassicurazione.

Costruire esperienza richiede l’opposto: tollerare l’imperfezione, accettare la frizione, lasciare che qualcosa resti irrisolto. È in questo spazio che lo sguardo cambia davvero.


La crescita fotografica non dipende dalla quantità di immagini riuscite, ma dalla qualità dell’esperienza attraversata. Lasciare che l’errore resti non significa celebrarlo, ma riconoscerne la funzione formativa.

1 commento


seguo con vero interesse queste tue lezioni.

sei un bravo insegnante. grazie davvero, giorgio.

sì, anch'io controllo il video dopo lo scatto e butto nel cestino le foto brutte.... ah ah ah ...

le tue lezioni sono belle anche perché, si soffermano su azioni e gesti di uso comune, ai quali nessuno pensa, ma che analizzandoli come fai tu rendendoli oggetto di riflessione, ci rendono più liberi nell'espressività e ci insegnano a restare dentro l'emozione. poi hai un modo di esprimerti chiaro e leggibile.

grazie ancora

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