La Fragilità delle Memorie Collettive
- Giorgio Cosulich

- 6 giorni fa
- Tempo di lettura: 2 min
Perché le immagini digitali possono sparire
Un patrimonio visivo senza precedenti
Non abbiamo mai fotografato così tanto. Ogni gesto quotidiano, ogni viaggio, ogni relazione lascia dietro di sé una traccia visiva. Smartphone, social network e piattaforme cloud hanno trasformato la fotografia in una pratica continua, quasi automatica. La nostra vita è documentata in tempo reale, spesso senza nemmeno rendercene conto.
Questo patrimonio, per quantità e capillarità, non ha precedenti nella storia dell’umanità. Mai prima d’ora l’esperienza quotidiana di milioni di persone era stata registrata in modo così diffuso. Eppure, questa apparente abbondanza nasconde quella che possiamo definire senza forzature la fragilità delle memorie collettive, un problema strutturale che raramente viene messo in discussione.
Ascolta anche la puntata audio sul mio podcast Immagini Senza Memoria
La memoria digitale non è progettata per durare
Il problema non è tanto la volontà di conservare, quanto l’orizzonte temporale implicito del digitale. Hard disk, server, cloud e formati di file non nascono per attraversare i secoli. Sono progettati per l’efficienza, per l’accesso rapido, per il presente.
A differenza della fotografia stampata, che ha dimostrato di poter sopravvivere per oltre duecento anni, la memoria digitale richiede manutenzione continua: migrazioni di formato, aggiornamenti tecnologici, infrastrutture sempre attive. Senza questa catena ininterrotta di cura, l’immagine semplicemente smette di esistere.
Cloud, piattaforme e oblio tecnologico
Affidare le memorie collettive a piattaforme private significa delegare il futuro delle immagini a decisioni economiche e strategiche. Servizi che chiudono, politiche che cambiano, account che vengono cancellati o resi inaccessibili.
Il cloud dà l’illusione di una conservazione infinita, ma in realtà sposta il problema altrove. Le immagini non scompaiono perché vengono distrutte, ma perché diventano irraggiungibili, obsolete, scollegate dai sistemi che permettono di leggerle.
Il rischio dei vuoti nella memoria storica
Se la fotografia analogica ha costruito archivi fisici consultabili ancora oggi, la memoria digitale rischia di produrre enormi buchi neri. Intere generazioni potrebbero risultare scarsamente documentate nonostante abbiano vissuto nell’epoca più fotografata di sempre.
Il paradosso è evidente: più immagini produciamo, meno siamo certi che sopravvivano. Questo non riguarda solo i ricordi individuali, ma la possibilità stessa di studiare usi, costumi e forme di vita del nostro tempo.
Cosa resta quando le immagini spariscono
La domanda finale non è tecnica, ma culturale. Che tipo di memoria collettiva è possibile quando l’archivio non è pensato per il futuro?
Se le immagini non esistono fisicamente, se non sono stampate, se non entrano in archivi stabili, rischiano di dissolversi insieme alle infrastrutture che le custodiscono. E con loro scompare una parte fondamentale della nostra esperienza come comunità.



Caro Giorgio, questa puntata l'ho ascoltata parola parola, soprattutto mi ha colpito la frase "l'immagine digitale non può esistere da sola" così diversa da quella foto di Nonna Speranza che Guido Gozzano ritrova dopo 60 anni nella sua soffitta e che lo ispira per la creazione della celebre poesia. Altra questione: le foto asservite totalmente alla pubblicità: cosa resterà degli shooting fotografici sui nuovi cosmetici per la primavera 2026? E le mete istagrammabili? L'albero davanti a casa mia può essere una foto istagrammabile? Infine cosa ne pensi dei caroselli su Instagram? Sono dei video al rallentatore oppure un polpettone indigesto?