5 domande per capire se stai crescendo in fotografia
- Giorgio Cosulich

- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min
5 domande per capire se stai crescendo in fotografia non è uno slogan motivazionale: è un modo concreto per togliere rumore alla revisione delle immagini. La maggior parte dei fotografi, quando riguarda le proprie foto, cade in due trappole opposte: o si assolve (“alla fine non è male”) oppure si massacra (“fa schifo, non valgo”). In entrambi i casi non sta valutando: sta giudicando. E il giudizio, quasi sempre, è un vicolo cieco.
Il punto è semplice: una fotografia non migliora perché tu la giudichi più duramente. Migliora perché tu impari a leggerla. Leggere significa capire cosa sta succedendo dentro l’immagine, quale ruolo può avere nel tuo lavoro e, soprattutto, quali disallineamenti tornano con regolarità. La crescita fotografica è molto meno “ispirazione” e molto più capacità di riconoscere queste ricorrenze.
Perché “bello/brutto” non ti fa crescere
Dire “questa è bella” o “questa è brutta” dà un sollievo immediato, ma non costruisce competenza. È come dare un voto senza spiegare il criterio. Il problema non è avere gusti; il problema è scambiare il gusto per analisi.
Quando valuti una foto solo con categorie emotive, perdi due informazioni decisive:
Che cosa volevi ottenere. Senza intenzione esplicitata, qualunque giudizio resta appeso.
Che cosa si ripete nel tuo modo di fotografare. Le immagini “sbagliate” spesso sono soltanto segnali: ti stanno dicendo dove ti blocchi, dove ti proteggi, dove chiudi troppo presto.
In pratica: “bello/brutto” ti dice come ti senti. Non ti dice come lavori.
Guarda anche il video per approfondire il tema,
5 domande per capire se stai crescendo in fotografia (senza raccontarti storie)
Queste domande che seguono non sono una checklist morale. Sono una lente. Ti servono per spostare l’attenzione dal giudizio al funzionamento, dal risultato al processo.
Direzione dello sguardo
Dove va il tuo sguardo nei primi due secondi?
Se non sai rispondere, non significa per forza che la foto “non vale”. Significa che l’immagine non ti sta guidando: non c’è un centro percettivo, un passaggio, una traiettoria. A volte è un problema di composizione, altre volte è un problema di gerarchia: tutto pesa uguale, quindi nulla pesa davvero.
La domanda è utile perché ti costringe a guardare la foto come un oggetto visivo, non come un ricordo.
Ricordo vs immagine
Stai guardando la fotografia o stai ricordando l’esperienza?
Questa è la verifica più onesta. Se ti accorgi che per difendere la foto devi aggiungere contesto (“eh ma lì stava succedendo…”, “non si vede ma…”) allora stai sostenendo l’immagine con la memoria. Non è un peccato: è normale. Ma è un segnale.
Una foto che regge davvero è quella che, anche senza la tua presenza, produce una relazione con chi guarda.
Ruolo della fotografia
Che ruolo ha questa immagine nel mio lavoro?
Qui cambiano molte cose. Non tutte le fotografie sono nate per essere “la foto definitiva”. Alcune sono centrali, altre sono di raccordo, altre costruiscono contesto o documentazione. Se giudichi ogni immagine come se dovesse vincere da sola, elimini proprio il materiale che rende un lavoro coerente.
La domanda diventa: questa foto deve stare in piedi da sola o deve dialogare con altre? E se deve dialogare, con cosa?
Tempo e durata
Questa immagine si esaurisce subito o continua a lavorare nel tempo?
Molte foto perfette si consumano in pochi secondi. Sono corrette, leggibili, persino eleganti… e poi spariscono. Altre, magari imperfette, continuano a tornarti in mente perché restano aperte, ambigue, cariche di tensione.
La durata non è magia: è un indicatore. Ti dice quali immagini meritano tempo e quali, invece, erano solo “soluzioni facili”.
Disallineamenti e intenzione
Dove si vede il disallineamento tra ciò che volevo e ciò che ho ottenuto?
Questa domanda è la più formativa. Nella maggior parte dei casi la foto non “fallisce”: semplicemente non esprime l’intenzione che avevi. Magari volevi prossimità e hai fotografato da lontano. Volevi ambiguità e hai chiuso tutto troppo presto. Volevi racconto e hai prodotto un frammento isolato.
Quando inizi a vedere questi disallineamenti, smetti di prendertela con l’immagine e inizi a lavorare sul tuo modo di decidere.
Errori episodici, errori ricorrenti e pattern
Qui entra la parte che cambia davvero il percorso.
Un errore episodico è un inciampo: una giornata storta, una scelta fatta di fretta, una distrazione. Lo riconosci, lo correggi e va bene così.
Un errore ricorrente, invece, è un pattern: ritorna in scene diverse, in contesti diversi, con forme simili. E quando un errore torna, non è più “sfortuna”: è informazione sul tuo metodo.
Per esempio:
ti posizioni sempre a una distanza di sicurezza;
chiudi l’inquadratura troppo presto;
ti affidi a immagini “giuste” ma prive di rischio;
scatti prima che la scena maturi.
Riconoscere un pattern non serve a colpevolizzarti. Serve a rendere l’errore prevedibile, quindi lavorabile. È il passaggio dall’improvvisazione all’apprendimento.
Un metodo pratico per la revisione a freddo (routine di 15 minuti)
Se vuoi davvero applicare le 5 domande per capire se stai crescendo in fotografia, serve una routine minimale, sostenibile.
Aspetta 48–72 ore prima di rivedere le foto che ti stanno a cuore.
Lavora per piccoli gruppi (10–20 immagini), non per sessioni infinite.
Guarda una foto alla volta: prima isolata, poi in relazione.
Scrivi una nota di una riga: non “bella/brutta”, ma “cosa volevo / cosa è uscito”.
Segna i pattern: se ti ritrovi a scrivere la stessa nota tre volte, hai trovato un tema di lavoro.
Questa routine non ti dà “foto migliori” domani mattina. Ti dà qualcosa di più utile: direzione.
Cosa cambia quando inizi a leggere
La valutazione diventa davvero utile quando smette di essere un tribunale.
Se inizi a leggere le immagini con un metodo, scopri che:
molte foto che scartavi erano solo fuori ruolo;
molti “errori” erano disallineamenti ripetuti;
i pattern non sono una condanna, ma una mappa.
E a quel punto la domanda “sto crescendo?” smette di essere ansia e diventa lavoro.



Davvero complimenti per la tua capacità di esplicitare in forma essenziale la complessità che sta dietro ad un processo di evoluzione nell’esperienza fotografica: tantissimi temi, ciascuno dei quali meriterebbe un capitolo a sé. Mi ha colpito in particolare, tra i tanti, il tema del “destino” insito in una fotografia. Una fotografia che, in un primo momento poteva non destare particolare interesse, in un secondo secondo momento acquista nuovo valore e nuova importanza quando trova collocazione all’interno di un progetto, di un libro, di una mostra. Rimanda, in tal senso, al ruolo fondamentale che deve avere l’archivio fotografico, all’interno del quale stanno tutte le nostre immagini, catalogate chissà come in modo da poter ripescare una data foto per restituirle nuova vita…