La fine dell’immagine come prova: credi davvero a quello che vedi?
- Giorgio Cosulich

- 4 ore fa
- Tempo di lettura: 3 min
Per decenni abbiamo dato per scontato un principio semplice: se c’è un’immagine, allora qualcosa è davvero accaduto. Fotografie e video hanno funzionato come strumenti di verifica, come tracce materiali della realtà. Oggi questo patto è entrato in crisi.
La fine dell’immagine come prova non è una provocazione teorica, ma una condizione concreta del nostro presente visivo.
Le immagini generate dall’intelligenza artificiale non sono più rozze imitazioni. Sono realistiche, coerenti, convincenti. Circolano sugli stessi canali delle immagini documentarie e adottano lo stesso linguaggio visivo. Il problema non è solo che esistano immagini false, ma che non siamo più in grado di distinguerle con continuità da quelle reali.
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Dal dubbio occasionale all’incertezza strutturale
Secondo il Pew Research Center, nel 2025 oltre il 50% degli utenti dichiara di non sentirsi in grado di riconoscere contenuti generati da IA, pur ritenendo questa distinzione fondamentale. Questo scarto produce un effetto preciso: il dubbio non è più un’eccezione, diventa una condizione permanente.
Quando ogni immagine può essere falsa, la mente smette di investire energie nel controllo. Non perché manchi la volontà, ma perché manca il contesto, il tempo, lo strumento. È qui che la fine dell’immagine come prova inizia a produrre conseguenze culturali profonde.
Erosione della fiducia e paralisi del giudizio
La prima conseguenza è l’erosione della fiducia. Non solo nei media o nelle istituzioni, ma nel meccanismo stesso della prova. Anche davanti a un video autentico, il pensiero si insinua: e se fosse falso? La prova visiva perde forza non per un fallimento morale, ma per un collasso strutturale.
La seconda conseguenza è una paralisi del giudizio. Studi sulla disinformazione visiva mostrano che l’incertezza cronica spinge verso valutazioni identitarie: si crede a ciò che conferma la propria posizione e si rifiuta il resto. Le immagini non vengono più analizzate, ma usate come segnali di appartenenza.
Quando il falso non deve essere perfetto
Un dato spesso sottovalutato riguarda l’efficacia emotiva del falso. Le ricerche del MIT Media Lab sulla diffusione delle fake news mostrano che i contenuti emotivamente polarizzanti circolano più velocemente di quelli accurati. Nel caso delle immagini generate da IA, il falso non deve essere perfetto: deve essere plausibile e coinvolgente.
Questo spiega perché molte immagini sintetiche funzionano anche quando presentano errori evidenti. Non servono a dimostrare, ma a orientare. È qui che l’immagine smette di essere prova e diventa strumento.
La colonizzazione dell’immaginazione politica
Un aspetto meno discusso riguarda l’immaginazione collettiva. Le immagini sintetiche iniziano a installare aspettative: scene di ribellione, di giustizia immediata, di punizione del potere. Anche quando nascono come contro-narrazione, queste finzioni visive possono produrre frustrazione e disillusione quando la realtà non le conferma.
Nel dibattito internazionale questo fenomeno è stato collegato al cosiddetto “liar’s dividend”: più aumenta la consapevolezza dei deepfake, più diventa facile negare anche le prove autentiche. Chi ha qualcosa da nascondere può liquidare tutto come falso.
Tecnologie di verifica: una soluzione incompleta
Esistono strumenti tecnici per contrastare la fine dell’immagine come prova. Standard come il C2PA e le Content Credentials permettono di tracciare l’origine dei contenuti visivi. Tuttavia, la loro adozione è ancora parziale e spesso invisibile agli utenti. Senza una diffusione sistemica e una alfabetizzazione visiva adeguata, queste soluzioni restano marginali.
Cosa resta da difendere
La fotografia non perde valore perché esiste l’intelligenza artificiale. Lo perde se rinunciamo a difendere il contesto, la verifica, la responsabilità di chi produce e diffonde immagini. La fine dell’immagine come prova non è inevitabile, ma richiede una presa di coscienza collettiva.
La domanda non è più se un’immagine sia vera o falsa. La domanda è: abbiamo ancora gli strumenti per capirlo?



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