La città come fast food culturale
- 8 ore fa
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Turismo per ingestione: cosa succede quando smettiamo di vivere i luoghi e iniziamo a consumarli?

Qualche giorno fa sono stato a Firenze per presentare, presso la galleria Infoto, Una pura casualità, l’ultimo mio libro sul Giappone realizzato insieme all’amico e collega Giulio Napolitano.
È stata una serata molto bella, partecipata, intensa, di quelle che ti ricordano che la fotografia, quando incontra davvero le persone, riesce ancora a produrre qualcosa che va oltre le immagini. Ho incontrato lettori, ascoltatori, persone curiose, persone che hanno voluto fermarsi, fare domande, ragionare. È andata molto bene, e in un momento storico come questo non è affatto scontato.
Prima di ripartire avevo però un paio d’ore libere. Ho preso la macchina fotografica e sono uscito a camminare in centro, senza un progetto preciso, senza un tema dichiarato, senza l’idea di dover “portare a casa” qualcosa.
Volevo solo attraversare la città, guardarla, lasciarmi sorprendere da ciò che sarebbe accaduto, come spesso succede quando si esce con una macchina fotografica senza volerle imporre un compito troppo rigido.
A volte è proprio quando smetti di cercare che la fotografia appare.

Quello che ho visto mi ha colpito in modo molto forte. Non per la semplice presenza dei turisti, che sarebbe un’osservazione banale e persino ipocrita, visto che Firenze è una delle città più visitate del mondo e chiunque ci metta piede sa perfettamente di trovarsi in un luogo attraversato da flussi continui. Non era il fatto che ci fossero tante persone.
Era il modo in cui quelle persone stavano occupando lo spazio. Era il modo in cui si muovevano, si fermavano, mangiavano, sostavano, consumavano.
Ovunque, letteralmente ovunque, c’erano corpi seduti sui marciapiedi, sugli scalini, davanti alle vetrine, lungo i muri, con cibo in mano, vassoi, panini, gelati, bibite, confezioni, sacchetti. Non si trattava di una scena isolata, ma di uno schema ricorrente, quasi ossessivo, che si presentava da una strada all’altra sotto la stessa forma.
Più camminavo, più mi sembrava di trovarmi dentro un enorme dispositivo di consumo, dove la città aveva smesso di essere un luogo da vivere per diventare una superficie da usare. E in nel verbo “usare” c’è già quasi tutto. Usare il tempo, usare il monumento, usare la strada, usare il centro storico, usare il cibo, usare perfino l’idea di cultura come semplice cornice di un’esperienza rapida e vorace. A un certo punto ho avuto una sensazione molto netta: non stavo osservando più solo dei visitatori davanti a una città d’arte, ma dei consumatori dentro una macchina perfettamente organizzata per assorbire, nutrire e far scorrere flussi umani nel minor tempo possibile e con il profitto più alto possibile.

È qui che la questione, per me, si trasforma da pittoresca in politica, sociale e culturale. Perché non si tratta soltanto di overtourism. Queste sono formule ormai quasi logore e spesso troppo generiche.
Il punto è capire che tipo di rapporto si sta instaurando tra le persone e i luoghi, e quale modello di società si rifletta in quel rapporto.
Quello che ho visto a Firenze non mi è sembrato semplicemente l’effetto del turismo di massa. Mi è sembrata la manifestazione visibile di qualcosa di più profondo: una progressiva educazione alla voracità e all’indifferenza.
Voracità non solo in senso alimentare, naturalmente, ma in senso simbolico. Voracità come incapacità di sostare, di osservare, di entrare in relazione con ciò che si ha davanti senza doverlo immediatamente incorporare, registrare, consumare, archiviare, sostituire con qualcos’altro. Il problema non è il panino in sé, o il gelato. Il problema è quando quel gesto diventa il segno di un intero modello di fruizione del mondo.
Quando il luogo non viene più attraversato come spazio complesso, carico di storia, di memoria, di contraddizioni, ma come semplice supporto logistico del consumo.
Quando una città come Firenze, che porta addosso secoli di stratificazione culturale, viene ridotta a fondale utile per un’esperienza immediata e facilmente digeribile.
Firenz

È una trasformazione che non avviene per caso. Dietro questo modo di stare nei luoghi c’è un sistema molto preciso, che lavora per produrre esattamente questo tipo di comportamento.
C’è un’offerta commerciale costruita per accelerare i tempi, per comprimere l’esperienza, per rendere tutto disponibile, semplice, rapido, accessibile, istantaneo... per poi passare oltre. C’è una ristorazione calibrata sul turnover, sul consumo veloce, sull’acquisto impulsivo. Ci sono vetrine, messaggi, allestimenti, segnali, percorsi, prezzi, prodotti, slogan, geografie del desiderio costruite scientificamente per orientare i corpi e renderli più efficienti dentro il ciclo dell’acquisto e della fruizione. E c’è, soprattutto, una progressiva trasformazione della cultura in marketing della cultura.
Questa è forse la questione più seria e dolorosa. Non siamo più davanti soltanto alla commercializzazione dei centri storici, cosa che esiste da tempo e che ormai conosciamo bene.
Siamo davanti a qualcosa di più raffinato e più insidioso: la cultura viene addomesticata.
Viene semplificata fino a diventare compatibile con il ritmo del consumo. Diventa essa stessa consumo. Non viene distrutta frontalmente, viene svuotata dall’interno e riorganizzata come esperienza veloce, attraente, vendibile. Il patrimonio artistico resta dov’è, i palazzi restano al loro posto, le statue non si muovono, le piazze continuano a essere magnifiche. Ma il modo in cui tutto questo viene vissuto cambia radicalmente. Il monumento non è più qualcosa che ti impone un tempo di osservazione, una misura diversa, una soglia di attenzione più alta. Non suscita più la tua curiosità di scoprire, di sapere. Diventa una presenza decorativa, uno sfondo prestigioso, un certificato visivo di passaggio: “sono stato qui”.

Quando accade questo, non cambia solo la città. Cambiano anche le persone. E questo, secondo me, è il punto decisivo. Perché ogni sistema sociale, economico e culturale produce anche il tipo umano di cui ha bisogno.
Una società fondata sulla velocità, sull’immediatezza, sulla gratificazione continua e sulla disponibilità permanente dei beni tende a premiare comportamenti semplificati: reazione più che riflessione, impulso più che profondità, saturazione più che desiderio, inghiottimento più che esperienza. Non si tratta di fare i moralisti o di guardare la folla dall’alto in basso. Sarebbe un errore, e sarebbe anche piuttosto comodo. Si tratta piuttosto di riconoscere che tutti noi, in forme diverse, siamo immersi in questo stesso meccanismo.
Il consumismo contemporaneo non si limita a venderci oggetti. Modella le nostre abitudini, riduce la nostra soglia di attenzione, ci abitua a un rapporto sempre più rapido con il reale, ci spinge a desiderare esperienze facili da decodificare, facili da fotografare, facili da raccontare, facili da sostituire con la successiva. In questo senso, il turista seduto per terra davanti a una vetrina mentre ingoia cibo in una delle città più dense di storia del pianeta non è una caricatura da deridere, ma un sintomo da interpretare. È il risultato perfettamente coerente di una civiltà che da anni sta spingendo le persone verso una progressiva riduzione della complessità. Meno complessità significa meno strumenti critici. Meno strumenti critici significa più docilità. Più docilità significa maggiore possibilità di orientare gusti, comportamenti, scelte politiche, valori.
Detta brutalmente: una persona allenata solo a consumare è una persona più facile da guidare.

La scena del bambino con il gelato mi ha colpito proprio per questo, perché in quella scena c’era la continuità del modello appena descritto. Gli adulti si muovono in un certo modo, occupano lo spazio in un certo modo, si rapportano ai luoghi in un certo modo, e quel modo viene trasmesso.
La voracità non è soltanto una pulsione individuale: è una forma culturale, un’abitudine, una pedagogia invisibile. Si impara a consumare il tempo, il cibo, le immagini, i luoghi, perfino le relazioni. E a forza di farlo si smette lentamente di percepire la differenza tra esperienza e sfruttamento, tra incontro e uso, tra visione e semplice registrazione.
Per questo credo che la fotografia, anche una fotografia nata in due ore di cammino senza un progetto preordinato, possa ancora avere un ruolo importante. Non perché abbia il potere di cambiare da sola la società, sarebbe ingenuo pensarlo, ma perché può interrompere per un istante il flusso automatico delle cose.
Può rendere visibile ciò che, proprio perché è sotto gli occhi di tutti, finisce per non essere più visto.
Può prendere posizione.
Può dire: fermiamoci un momento, guardiamo bene questa scena, chiediamoci che cosa racconta davvero, quale idea di essere umano contiene, quale idea di città, quale idea di cultura, quale idea di futuro.
È questo che mi interessa della fotografia, oggi, più di ogni altra cosa. Non la sua capacità di confermare il visibile, ma la sua possibilità di incrinarlo. Non il fatto che documenti un fenomeno, ma che lo costringa a esporsi.

Una passeggiata può bastare, qualche volta, a rivelare una direzione. E la direzione che ho percepito in quelle due ore fiorentine non riguarda soltanto Firenze. Riguarda noi. Riguarda il modello di società che stiamo costruendo e, insieme, subendo. Riguarda il modo in cui il consumo non si limita a riempire le nostre giornate, ma entra dentro il nostro stesso modo di percepire il mondo. Riguarda la possibilità che, a forza di semplificare tutto per renderlo vendibile, finiamo per semplificare anche noi stessi.
Il punto non è più soltanto capire che cosa sta succedendo alle città d’arte, ma che cosa sta succedendo a noi mentre le attraversiamo, le fotografiamo, le mangiamo, le usiamo, le consumiamo.
Che cosa perdiamo, ogni volta che trasformiamo un luogo in una tappa, una storia in uno sfondo, un’esperienza in un atto di consumo?
E soprattutto: ce ne stiamo accorgendo in tempo?
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